Perché i contenuti tecnicamente corretti restano invisibili
Stai scrivendo un post sulla sindrome dell'abbandono e hai studiato a fondo l'argomento. Citi Bowlby, accenni all'attaccamento ansioso, usi termini precisi che descrivono il fenomeno in modo accurato. Il post è professionale, corretto dal punto di vista teorico, ben strutturato. Nessuno lo legge, nessuno lo condivide, nessuno ti scrive dopo averlo visto.
Dall'altra parte del telefono, durante una sessione, il tuo cliente dice qualcosa di diverso. Dice "Non riesco a togliermela dalla testa, è come se ogni volta che non risponde subito mi cascasse il mondo addosso". Queste sono le sue parole, il suo modo di descrivere quello che prova. Lui non dice "sindrome dell'abbandono" e non pensa "attaccamento ansioso". Pensa "non riesco a togliermela dalla testa" e cerca su Google esattamente quelle parole.
Tu nei tuoi contenuti scrivi di una cosa, lui ne cerca un'altra. Stessa questione, lingue diverse. Il risultato è che ti ignora e va da qualcuno che magari ne sa meno di te, ma l'ha vissuto sulla propria pelle e usa le stesse parole che usa lui quando sta male.
Le parole che il cliente usa davvero
Il cliente non pensa "Devo lavorare sulla mia autostima" quando si sveglia la mattina con quel peso familiare. Pensa "Perché gli altri sembrano sicuri e io mi sento sempre sbagliato?". Quando deve mettere un limite a qualcuno, non si dice "Ho difficoltà a porre confini sani". Si dice "Dico sempre di sì anche quando vorrei dire di no e poi sto male per giorni". Quando cerca aiuto online, non digita "gestione dello stress". Digita "come faccio a non esplodere quando tutto va storto".
In sessione tu ascolti con attenzione. Il cliente parla, tu raccogli ogni sfumatura. Senti le sue parole, il suo modo particolare di descrivere quello che prova, le immagini che usa spontaneamente, le metafore che gli escono senza pensarci. Annoti mentalmente tutto questo materiale prezioso. Poi la sessione finisce e quando scrivi un contenuto quelle parole spariscono come se non le avessi mai sentite. Torni al tuo linguaggio, quello tecnico, quello distaccato, quello che ti hanno insegnato a usare per sembrare competente.
Hai imparato che per sembrare professionale devi usare termini professionali, che se parli come parla il cliente sembrerai poco esperto o superficiale. Questo ragionamento è sbagliato. Quando il cliente legge una tua frase e pensa "Ma sta parlando esattamente di me", quella è credibilità vera. Tutto il resto rimane teoria che non converte.
L'abbandono che conosci determina le parole che puoi usare
Una counselor lavora sull'abbandono nelle relazioni. Bellissima, sempre stata cercata, mai lasciata da un partner. Ha vissuto l'abbandono, certo, ma da parte dei genitori: situazioni familiari complesse, assenza emotiva, quel tipo di ferita che si forma nell'infanzia. L'abbandono in un rapporto amoroso, quello dove ti lasciano e tu rimani lì a guardare il telefono per mesi sperando che torni, quello non l'ha mai attraversato.
Può studiare l'attaccamento ansioso fino a conoscerlo a memoria. Può leggere tutti i libri pubblicati sul tema, seguire formazioni avanzate, supervisionare casi simili. Ma quando scrive un post su quel tipo specifico di abbandono, le parole che usa sono tecniche. Parla di pattern relazionali, di dipendenza affettiva, di strategie di regolazione emotiva. Tutte cose corrette dal punto di vista clinico. Ma manca il linguaggio crudo di chi ci è stato dentro, di chi ha vissuto quelle notti insonni.
Mancano frasi come "Controllavo i suoi social dieci volte al giorno anche sapendo che mi faceva stare peggio". Manca "Mi svegliavo di notte e la prima cosa che facevo era controllare se era online". Manca "Sapevo che dovevo smettere di scrivergli ma non riuscivo a trattenermi". Quelle frasi vengono solo dall'esperienza diretta, dal corpo che ha attraversato quella specifica forma di dolore. Non puoi inventarle studiando, non puoi ricostruirle leggendo.
Se hai vissuto l'ansia, puoi scrivere di ansia con parole vere. Se hai vissuto il lutto, puoi scrivere di lutto con parole che arrivano. Se hai vissuto la dipendenza affettiva, puoi scrivere di dipendenza affettiva con parole che il lettore riconosce come proprie. Ma se hai vissuto il burnout e provi a scrivere di ansia, userai inevitabilmente parole tecniche, e chi ha l'ansia non si riconoscerà in quello che legge.
Questo non significa che non puoi lavorare con clienti che hanno problemi diversi dai tuoi. In sessione hai gli strumenti per aiutare chiunque. Ma nei tuoi contenuti, in quello che scrivi per farti trovare online, devi parlare di quello che conosci per esperienza diretta. Lì il tuo linguaggio sarà autentico, lì le tue parole saranno quelle giuste.
Il piedistallo che ti rende inarrivabile
Tu professionista che sai di cosa stai parlando, perché non riesci a usare quelle parole? Perché non trovi il coraggio di parlare dalla tua esperienza diretta. Quando parli dalla tua esperienza, automaticamente inizi a parlare come parlano i tuoi clienti, perché avete attraversato lo stesso territorio.
Usare il linguaggio del cliente nei contenuti richiede che ti dai il permesso di sentire quello che hai sentito in passato, quando eri dentro quell'esperienza. Pochissimi professionisti fanno questa cosa. Non si aprono perché sono saliti sul piedistallo del terapeuta, del counselor, del coach, dell'operatore olistico. Sono dentro questo piedistallo dove loro stanno là sopra, ce l'hanno fatta, hanno superato quel problema, sono anni che non lo hanno più, e così si rendono sempre più inarrivabili per chi sta cercando aiuto adesso.
Da quella posizione elevata, soltanto altri colleghi o clienti già evoluti riescono a capire cosa dicono e a contattarli. Le persone che hanno il problema in questo momento, quelle che cercano disperatamente qualcuno che capisca, non riescono a raggiungerli perché parlano lingue diverse.
Se stai facendo così anche tu, o peggio ancora se ti stai costruendo un personaggio perfetto mentre sai benissimo che anche tu saresti attratto da parole come "è come se avessi sempre un peso sullo stomaco" o "mi viene l'ansia già il giorno prima", se c'è anche quello nella tua testa ma ogni volta che scrivi lo ritraduci con parole più complicate, con il gergo del tuo settore, con "lasciare andare" e "accogliere le proprie ombre", quella roba lì non fa incontrare il cliente con te.
Come suona il linguaggio evoluto rispetto a quello crudo
Hai fatto il tuo percorso, hai lavorato su te stesso, hai superato problemi reali. Tutto vero. Ma quando scrivi contenuti ti metti nella posizione di chi ha già risolto tutto, di chi guarda dall'alto chi ancora ha quel problema. E da lì sopra, dal piedistallo, usi il linguaggio di chi ha già superato quella fase.
Parli di "liberare le emozioni bloccate" quando il cliente dice "ho sempre un nodo in gola". Scrivi "accogliere le proprie ombre" quando il cliente dice "mi vergogno di essere fatto così". Usi "lasciare andare" quando il cliente dice "non riesco a smettere di pensarci". Il tuo linguaggio è evoluto, il loro è crudo. Il tuo linguaggio descrive la soluzione, il loro descrive il problema. E chi ha il problema cerca le parole del problema.
La differenza è concreta. "Ho passato mesi a controllare il telefono ogni cinque minuti" funziona perché è quello che la persona sta vivendo. "Dipendenza affettiva da elaborare" resta astratto. "Mi sentivo sbagliato rispetto a tutti gli altri" funziona perché è un'esperienza riconoscibile. "Bassa autostima da lavorare" rimane una diagnosi fredda. "Non sapevo mai cosa volevo veramente, mi adattavo sempre" funziona perché descrive un comportamento specifico. "Difficoltà nel contatto con i propri bisogni autentici" suona come un referto.
Le seconde frasi sono corrette e descrivono il problema in modo professionale. Ma le prime frasi sono vive, sono quelle che il cliente sta dicendo nella sua testa mentre scorre i contenuti. E quando le legge scritte da te, riconosce se stesso.
Tornare nel punto dove eri tu
Se ti dai il permesso di tornare in quel posto, di sentire di nuovo quello che hai sentito quando eri dentro il problema, il linguaggio cambia da solo. Non devi fingere di stare ancora male e non devi rivivere il trauma. Devi solo ricordarti com'era: cosa pensavi, quali parole usavi nella tua testa quando eri lì, come descrivevi la situazione quando ne parlavi con qualcuno.
Quando lo fai, quelle parole escono nei tuoi contenuti senza sforzo. Sono le parole che hai usato tu quando eri nel mezzo del problema. E siccome quel problema è universale, sono le stesse parole che usa chi ce l'ha adesso.
Puoi usare il linguaggio del cliente e al tempo stesso portarlo più in profondità, verso una comprensione maggiore. Il punto è partire dal loro linguaggio e poi aggiungere la tua competenza. Inizi con "Non riesco a togliermela dalla testa" e poi aggiungi "Perché quando la mente si fissa su qualcuno, sta cercando di risolvere qualcosa che non c'entra con quella persona". Sei partito dalle loro parole, poi hai aggiunto quello che sai. Hai integrato i due livelli.
Come raccogliere e usare le parole giuste
Durante le sessioni, quando il cliente descrive il problema con le sue parole, prendi nota. Non della diagnosi che stai formulando nella tua testa, ma delle parole esatte che usa. Le frasi intere, i modi di dire, le immagini spontanee che gli escono.
"È come se avessi sempre un peso sullo stomaco" è una frase da conservare. "Mi viene l'ansia già il giorno prima" è una frase da conservare. "Vorrei dire di no ma poi non ci riesco" è una frase da conservare. "Ho paura che se non faccio tutto perfetto non vado bene" è una frase da conservare. Queste frasi sono il linguaggio vero del problema, quello che la persona dice quando non sta cercando di sembrare intelligente o di usare termini corretti.
Ma puoi usarle davvero solo se hai vissuto quel problema. Altrimenti le parole che raccogli restano parole degli altri, non diventano tue. Non puoi usarle con autenticità perché non vengono dalla tua esperienza, puoi solo studiarle e ripeterle come fossero formule. E il cliente sente la differenza, percepisce quando una frase è incarnata e quando è solo citata.
Cosa succede quando scrivi dalla tua esperienza
Quando usi il linguaggio del cliente nei tuoi contenuti, ma solo per i problemi che hai vissuto davvero, le persone giuste ti trovano. Quelle che hanno il problema che hai avuto tu cercano su Google le stesse parole che tu hai usato nei tuoi contenuti, perché sono le parole che usano nella testa quando hanno il problema. I tuoi articoli saltano fuori tra i risultati, ti leggono, si riconoscono in quello che scrivi.
Quando qualcuno legge una tua frase e sente "Questa persona sa esattamente cosa provo", la distanza si azzera. La fiducia nasce in quel momento, prima ancora di qualsiasi contatto diretto. Quello che serve a chi sta male è qualcuno che capisce, e il modo in cui dimostri di capire è usare le parole che usano loro.
Puoi essere il più bravo del mondo nel tuo campo. Puoi avere anni di esperienza alle spalle e aver aiutato centinaia di persone. Ma se nel momento in cui qualcuno cerca aiuto le tue parole non corrispondono alle sue, tu non esisti per lui. Il cliente non vive il problema con le parole che hai imparato nei libri, lo vive con le sue parole. E puoi parlare quella lingua davvero solo se l'hai parlata anche tu quando eri nel problema.
Nei tuoi contenuti parla di quello che hai vissuto. Usa le parole che hai usato tu quando eri dentro quella situazione. E aggiungi le parole che raccogli dai clienti quando descrivono lo stesso problema che hai attraversato tu. In quel territorio sei imbattibile, lì nessuno può competere con te. Perché le tue parole sono vere.